L’alba del sogno italiano

Un anniversario importante che ci impone una riflessione sulla nascita della nostra Nazione. Ma prima è necessario ripercorrere brevemente le tappe che hanno portato l’Italia all’unificazione.

“Cosa si festeggia quest’anno?” “L’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia!”… Quanti di noi conoscono davvero la storia dell’Unità d’Italia? Partiamo dall’inizio, da quando tutto il cammino verso l’Unità d’Italia ebbe realmente inizio: siamo nel 1848 anno in cui si sollevò in tutta Europa una reazione di massa con delle motivazioni in parte comuni, in parte differenti nei diversi paesi. Un elemento fondamentale comune a tutti, era costituito dall’insofferenza, ormai acuta, verso regimi costituzionali in cui la rappresentanza politica era ristretta a un sottilissimo strato della popolazione, corrispondente alla sola fascia censitoria superiore, con l’esclusione della media borghesia agraria e commerciale. In Italia, a tutto ciò si aggiungeva il rigetto verso la potenza austriaca e l’aspirazione ardente di unificazione politica esaltata dalla nuova cultura del romanticismo e dello storicismo, perché, bisogna ricordare e/o sapere che dal punto di vista politico, l’Italia fra il 1815 e il 1861 era caratterizzata dalla mancanza di un’unità statale e dalla frammentazione in una serie di stati di estensione territoriale limitata. Le fiammate rivoluzionarie del ‘20/’21 del ’31 e del ’48 portarono alla concessione di costituzioni che introducevano limiti e controlli al potere assoluto dei sovrani, ma i regimi costituzionali furono generalmente di breve durata. Solo in Piemonte resistette lo Statuto Albertino. La divisione politica era un fattore di arretratezza civile, economica e culturale. Leggi protezionistiche, dazi e dogane bloccavano la libera circolazione delle merci, impedendo la formazione di un vasto mercato di ampiezza nazionale mentre, i regimi dispotici e polizieschi, o paternalistici, riducevano gli abitanti dei vari stati al ruolo di sudditi obbedienti e passivi e impedivano ogni forma di partecipazione, attiva e critica, alla vita civile. La censura retriva soffocava il fermentare delle idee e il loro diffondersi. Il risultato di tutti questi fattori era che l’Italia si presentava nettamente in ritardo sul piano economico e sociale rispetto ad altri paesi europei. Basti pensare che, mentre in Inghilterra e Francia, nei primi decenni dell’800, fosse già in atto lo sviluppo dell’industria moderna, l’Italia restava un paese eminentemente agricolo dove mancava anche un sistema di credito atto a finanziare le attività produttive, e naturalmente questa arretratezza economica si rifletteva inevitabilmente in arretratezza sociale. L’unico senso di ammodernamento e di sviluppo si poteva avvistare nelle regioni “più avanzate” come la Lombardia, il Piemonte e la Toscana, dove aumentava il numero di proprietari che faceva fruttare capitalisticamente la terra dopo la soppressione dei vincoli feudali. A questo sviluppo partecipava l’ala progressista e liberale dell’aristocrazia che si interessava attivamente ai progressi dell’attività economica, diventando, di fatto, la cosiddetta “borghesia moderna in embrione” il cui asse portante era l’alleanza economica e politica tra aristocrazia progressiva e ceti medi produttivi, imprenditori e commercianti.  In questo insieme entravano anche i rappresentanti delle professioni liberali, medici, notai, avvocati, alti funzionari dello stato, insegnanti superiori e ufficiali. Il fattore decisivo che rendeva effettiva la fisionomia di una vera classe sociale era quello delle idee patriottiche come “libertà, progresso e civiltà”, il sentimento di far parte di uno stato unitario nazionale che, al momento, era conculcato dalla frammentazione politica e dalla dominazione straniera.
Da questa idea nazionale erano però sostanzialmente esclusi i ceti popolari, pertanto, anche l’idea di patria era a esse estranea, rimanendo patrimonio esclusivo dei ceti più elevati e della piccola borghesia.
Con l’Unificazione, avvenuta a Torino il 17 Marzo del 1861, l’Italia divenne una monarchia costituzionale, regolata dallo Statuto Albertino del 1848. A tutta l’Italia fu estesa la legislazione sabauda per quanto riguarda l’amministrazione, l’apparato fiscale, la scuola e l’esercito.
Un allargamento della base elettorale si ebbe dopo l’avvento della Sinistra al potere (1876) ma al suffragio universale maschile si arriverà solo mezzo secolo dopo l’unificazione, nel 1913.
All’atto dell’Unità erano ancora in pochi coloro in grado di usare la lingua nazionale. Ciò significa che la lingua d’uso quotidiano, per la stragrande maggioranza al momento dell’unificazione era ancora il dialetto locale. La diffusione della lingua nazionale fu dunque un processo lento, difficile e graduale e anche quando l’italiano cominciò a essere parlato e compreso, resisteva una situazione di fondamentale bilinguismo: italiano in determinate situazioni e dialetto nella comunicazione quotidiana. L’italiano assunse la coloritura del dialetto locale, che era la vera lingua madre del parlante, quella in cui si trovava realmente a suo agio. Si formarono così varianti di Italiano regionale, che presentava caratteristiche del dialetto nella sintassi, nei termini e soprattutto nella pronuncia. Il Bilinguismo Lingua nazionale – dialetto e le forme di italiano regionale sono realtà ancora oggi largamente presenti.

 

Pubblicato sul numero di ottobre novembre 2011 di Schiamazzi : Sfoglia il magazine | Versione Pdf