Milano è azzoppata ma io resto qui e proteggo i miei cari a Cagnano

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La metro di Milano deserta, foto di Massimiliano Jattoni Dall'Asén
La metro di Milano deserta, foto di Massimiliano Jattoni Dall'Asén

pubblicato sul Quotidiano l’Attacco, edizione del 10 marzo 2020

Sei anni fa tenevo sul quotidiano L’Attacco una rubrica chiamata Milano, Puglia, una sorta di viaggio tra le eccellenze  e le storie di chi, come me appena arrivato nel capoluogo lombardo, aveva cercato una prospettiva migliore. Dietro ogni storia c’erano due lati della stessa medaglia: il dolore del distacco dalla propria terra e la riconoscenza per una città che aveva dato loro l’opportunità di realizzarsi.

In questi giorni è strano vedere questa stessa città quasi azzoppata, i tempi di Expo sembrano lontanissimi e la dinamicità dei milanesi (spesso anche presi in giro per questo) ha avuto una battuta d’arresto.

Ricordo ancora quando tre settimane fa una collega incontrata in tram mi aveva parlato dei primi casi del lodigiano, ma c’era ancora quella discreta calma perché sembrava un caso isolato. Nel pomeriggio dello stesso giorno, il 21 febbraio, un nostro collega ci aveva avvisato di un’evacuazione ‘di massa’ alla Mondadori di tutti i dipendenti della ‘zona rossa’, a Milano però la situazione restava tranquilla.

Nelle due settimane successive abbiamo vissuto la psicosi collettiva di una parte della città (come se ci fosse una guerra in corso) che ha assaltato i supermercati e dall’altra che invitava alla calma e al non fermarsi.

Una cosa mi ha colpito visivamente in questi giorni: una metropolitana semideserta. È un’immagine che stride fortemente con la routine, quando bisogna sgomitare per salire ma anche con la metro nel weekend che comunque si riempie di turisti e famiglie. 

Oggi a tre settimane dall’inizio della diffusione del virus, la Sanità lombarda fa fatica a gestire il numero alto di persone che hanno bisogno di respiratori artificiali. In questo primo giorno di ‘zona rossa’ io sto lavorando da casa e inizio a scoprire che alcuni miei conoscenti iniziano ad avere persone, soprattutto anziane, coinvolte. Ormai lo sappiamo benissimo che la mortalità è più alta tra le persone anziane e quelle con patologie pregresse: in un primo momento anche io mi sono rincuorato con questo dato di fatto. Ma poi ho pensato ai miei nonni e ai miei genitori, alle persone anziane in generale: non sono dei numeri, sono le persone che hanno risollevato il paese dalla guerra, hanno fatto sacrifici per noi e sono stati ammortizzatori sociali di innumerevoli famiglie durante la lunga crisi economica di questi anni.

Non ho deciso di scendere due settimane fa e tantomeno ho deciso di scendere ora, quando con le restrizioni dell’ultimo decreto era praticamente certo che la mia azienda mi avrebbe fatto lavorare da casa. Ho pensato alla comunità che mi ha fatto crescere, Cagnano, e quella che mi ha dato delle possibilità. Non mi sarei mai perdonato se un mio caro o un anziano conterraneo fosse stato contagiato per colpa mia, dal momento che l’incubazione del virus può essere asintomatica, così come non c’è un bombardamento in corso su Milano che ne giustifica la fuga. 

In questo momento mi appello a voi che siete giù. Voi avete un grande vantaggio rispetto al Nord Italia: sapete come sta andando qui e come ci si è arrivati. In questo difficile momento non bisogna farsi prendere dal panico ma non bisogna nemmeno sottovalutare  il problema: con qualche piccolo sacrificio di ognuno potremo tornare alla normalità il prima possibile, ma se non ci fermiamo un attimo, se non dilazioniamo la nostra socialità ci aspetteranno misure più stringenti e più a lungo, con tutte le conseguenze anche economiche del caso. Se non vogliamo farlo per senso civico, facciamolo almeno per i nostri cari più deboli.

 

In apertura la metro di Milano deserta, foto di Massimiliano Jattoni Dall’Asén che si ringrazia